Martina Caironi, correre oltre ogni traguardo
Tre ori nei 100 metri, una carriera ai vertici dell’atletica e oggi un nuovo impegno per promuovere lo sport, i diritti e l’inclusione. Dopo l’incidente che le ha cambiato la vita a 18 anni, la leggenda azzurra continua a guardare avanti, con l’obiettivo di trasformare la propria esperienza in opportunità per gli altri.
Martina Caironi è una leggenda dello sport paralimpico italiano. Di Alzano Lombardo, classe 1989, nel novembre 2007, a 18 anni, un incidente in motorino le causa l’amputazione della gamba sinistra. Dopo la riabilitazione, trova nell’atletica una nuova strada: con la protesi torna a correre e costruisce una carriera straordinaria, conquistando tre ori paralimpici nei 100 metri - a Londra 2012, Rio 2016 e Parigi 2024 - oltre a quattro argenti ai Giochi. Campionessa anche ai Mondiali, Caironi ha contribuito a dare visibilità all’atletica paralimpica, diventando un punto di riferimento per tanti giovani. Accanto all’attività sportiva, ha portato la propria testimonianza nelle scuole e ricoperto ruoli di rappresentanza nel movimento paralimpico. Oggi, conclusa la carriera agonistica, guarda a nuovi percorsi nella comunicazione e nella politica sportiva, con particolare attenzione all’accesso agli ausili e alle opportunità per le persone con disabilità.
Nel corso della tua vita ti sei reinventata più volte: dopo l’incidente, attraverso lo sport e oggi, conclusa la carriera agonistica. Che cosa accomuna queste fasi?
Ho imparato che reinventarsi fa parte della vita. L’incidente ha stravolto tutto e ritrovare la mia identità attraverso una protesi e lo sport è stata la strada che ho scelto per ripartire. La carriera mi ha permesso anche di viaggiare, conoscere altre culture e scoprire quanto siano diverse le esperienze delle persone con disabilità. Oggi so che le cose cambiano ed è normale dover trovare nuove direzioni. Anche la fine della carriera era un passaggio che sapevo sarebbe arrivato.
Che cosa ti manca maggiormente delle competizioni?
L’adrenalina della gara. Per me era la ragione per cui mi allenavo e affrontavo tutti quegli sforzi: quel momento di intensità, in cui puoi esprimere al massimo le tue potenzialità. Adesso porto il messaggio dello sport paralimpico nelle scuole e negli incontri pubblici, con più tempo per farlo e con la possibilità di contribuire al cambiamento.
In questi anni è cambiato il modo di guardare allo sport paralimpico?
Oggi ci sono più conoscenze, opportunità e attenzione mediatica. Il mondo è più consapevole dell’esistenza dello sport paralimpico e del suo valore. Mi capita di incontrare giovani atleti che hanno iniziato anche guardando il mio percorso. Uno di loro, quattordicenne e amputato come me, mi ha chiesto come superare la paura di cadere con la protesi. Gli ho raccontato la mia esperienza e gli ho dato qualche consiglio pratico. Mentre parlavo, pensavo a quanto sarebbe stato utile per me avere qualcuno che mi spiegasse queste cose all’inizio.
Hai dovuto imparare molto anche da autodidatta?
Sì. Guardavo i video degli atleti, studiavo le partenze dai blocchi e cercavo di capire come migliorare. Oscar Pistorius, che avevo conosciuto attraverso un convegno, è stato un riferimento importante. Allora era più difficile trovare informazioni; oggi basta aprire i social per trovare video, tutorial e contenuti specifici. Vorrei che le nuove generazioni avessero sempre più strumenti per iniziare e crescere nello sport.
Dopo l’atletica, quali strade vorresti esplorare?
Mi interessano soprattutto la comunicazione, il giornalismo e la politica sportiva. Vorrei fare domande, approfondire problemi, raccontare esperienze e contribuire a trovare soluzioni per più persone. I consigli agli atleti più giovani sono felice di darli, ma mi piacerebbe anche lavorare per cambiare alcune cose dall’interno.
Un tema che ti sta particolarmente a cuore è quello degli ausili e delle protesi. Perché?
Perché ne conosco direttamente l’importanza. Le protesi sportive hanno costi elevati e servono interventi che vadano oltre i contributi una tantum. Un ausilio adeguato può migliorare concretamente la qualità della vita e ridurre, nel lungo periodo, anche altri costi per la sanità pubblica. Non dovrebbe essere considerato soltanto una spesa, ma un investimento nell’autonomia e nel benessere delle persone.
Ricordi il momento in cui hai capito che l’incidente non avrebbe deciso tutta la tua vita?
Quando sono tornata a casa dall’ospedale con le stampelle e una grande voglia di vivere. Volevo continuare a fare ciò che facevo prima, ancora prima di avere una protesi. Sono tornata persino in discoteca con gli amici, perché non volevo rinunciare a quella parte della mia vita. Allora non pensavo al coraggio che ci potesse essere in quei gesti: volevo semplicemente riprendere la mia quotidianità. Credo che anche il carattere faccia la differenza: bisogna trovare il modo di fare le cose che si desiderano.
C’è un messaggio che vorresti lasciare a chi si occupa di disabilità e inclusione?
Dobbiamo costruire comunità e fare rete, anche tra associazioni che si occupano di disabilità diverse. Bisogna condividere esperienze e obiettivi. Serve più sostegno alla sanità, alle persone con disabilità e ai caregiver, che spesso dedicano la propria vita a prendersi cura di qualcun altro. Tutti abbiamo diritto a una vita piena e dignitosa. Per riconoscerlo davvero, servono risorse, ma anche empatia e la capacità di comprendere le difficoltà degli altri.



