"In acqua potevo muovermi senza paura": Monica, la storia di una libertà conquistata a bracciate

Prima una terapia, poi un gioco, infine lo sport agonistico. Per Monica Boggioni il nuoto è stato il luogo in cui sentirsi libera e ritrovare il proprio equilibrio andando oltre la disabilità. Oggi porta la sua esperienza nelle scuole e prova a offrire ad altri bambini la stessa opportunità che ha ricevuto lei.

Monica, partiamo da dove tutto è cominciato. Chi eri prima di diventare un’atleta?

“Ero una bambina molto vivace, con tanta voglia di vivere, fare e sperimentare. Con mio fratello Matteo trovavamo sempre un modo per fare le cose, anche se magari non era quello più comune. Ero innamorata dell’acqua. Ho iniziato a fare nuoto come terapia per la mia disabilità, ma per me è sempre stato un momento di gioco, di pura libertà. E già allora avevo una vena agonistica: mi piaceva vincere e cercare di fare bene quello che facevo”.

Quando hai capito che quella che per te era semplicemente la tua vita poteva essere percepita come una “diversità”?

“In famiglia non ho mai vissuto la mia disabilità come qualcosa di negativo. Non riuscivo a camminare bene, non potevo correre o saltare e a cinque anni ho dovuto affrontare un’operazione, ma insieme trovavamo sempre un modo per fare le cose. Alle scuole elementari per la prima volta ho capito che la disabilità poteva essere un problema per gli altri. I bambini mi prendevano in giro, non volevano giocare con me perché dicevano: “Con Monica si perde, perché Monica corre piano, non salta, è lenta”. È stato il primo momento in cui mi sono sentita esclusa”.

La ferita, quindi, non nasceva dalla tua disabilità, ma dallo sguardo degli altri.

“Sì. Ricordo che la maestra diceva: “Monica è una bambina uguale a tutti voi”. Ma io pensavo che non fosse vero. Gli altri correvano e saltavano, io no. Spesso tornavo a casa piangendo perché non capivo perché raccontasse una bugia. 

È forse da lì che nasce il tuo modo di guardare oggi alla diversità?

“Assolutamente. Oggi penso che l’unica normalità che esiste sia la diversità. Siamo tutti diversi e, per fortuna, perché credo che sia il nostro più grande valore. Alcune diversità sono semplicemente più visibili di altre”.

In questo percorso la famiglia è stata il tuo luogo sicuro.

“Sì. Penso a tantissimi ricordi con mio fratello e con i miei nonni. Una volta, per esempio, eravamo sui tappeti elastici. Io facevo fatica a saltare e mio fratello Matteo, un anno più grande di me, cercava di allontanare gli altri bambini per non farmi disturbare. Mi teneva le mani e riuscivamo a saltare insieme. Crescendo, grazie a loro, mia mamma Anna, papà Marco, i nonni, Angelino in particolare, ho capito che ognuno ha il suo valore”.

Monica neolaureata con corona d’alloro, fiori e pergamena di laurea all’esterno dell’università.

E poi c’era l’acqua. Che cosa rappresentava?

“Libertà. In acqua riuscivo a muovermi senza inciampare e senza ausili. Anche quando durante l’adolescenza la mia disabilità è peggiorata. Sono nata con una diplegia spastica agli arti inferiori e successivamente ho sviluppato una distonia generalizzata. Ho iniziato a usare la carrozzina intorno ai vent’anni. È stato difficile, ma il nuoto era già parte della mia vita. Stando bene in acqua, dovevo semplicemente trovare un nuovo modo per ritrovare il mio equilibrio”.

Quando quella libertà è diventata anche agonismo?

“È successo gradualmente. Volevo fare gare, ma non conoscevo una realtà che permettesse agli atleti con disabilità di fare agonismo. A 14 anni ho conosciuto una ragazza con disabilità che mi ha parlato del progetto “Nuota con noi”, creato da suo papà Davide. È nata così la squadra paralimpica di Pavia Nuoto. Ho iniziato dalle gare regionali, poi i Campionati italiani, fino al 2017, quando, a 18 anni, mi sono qualificata per i primi Mondiali a Città del Messico. Sono arrivate le prime medaglie d’oro e d’argento”.

Monica Boggioni con la medaglia d'oro vinta ai Mondiali di Singapore 2025

Monica con la medaglia d'Oro conquistata ai Mondiali Singapore 2025

Ma la gara più importante non è necessariamente quella che finisce con una medaglia.

“No. Io dico sempre che l’importante è vincere, ma vincere con sé stessi. Non sempre la medaglia dipende solo da noi. Ci sono gare in cui raggiungi un tempo che cercavi da tanto e vinci, altre in cui fai lo stesso e arrivi quarto. Quello che conta è essere soddisfatti di ciò che si è fatto”.

Monica con la medaglia d'oro conquistata ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024

Monica con la medaglia d'oro conquistata ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024

Che cosa vorresti dire oggi alla Monica bambina che tornava a casa piangendo?

“Di credere nel proprio valore, indipendentemente dagli altri. Quel valore e quella diversità vanno coltivati nel tempo. E di ricordarsi che la vita che abbiamo è una sola. Vale la pena viverla da protagonisti, al cento per cento”.

Forse è anche per questo che oggi vai nelle scuole e incontri altri bambini.

“Sì. Sono diventata madrina del progetto “Nuota con noi” e vado nelle scuole, negli ospedali e negli istituti per promuovere il nuoto paralimpico e creare opportunità per altri bambini e famiglie con disabilità. Vedere un bambino che comincia un’attività, affronta le prime gare, conquista più autonomia e una maggiore conoscenza di sé è una delle medaglie più belle che mi porto dietro. Perché sento di restituire quell’opportunità che ho avuto io”.

Qual è allora il sogno di Monica oggi?

“A livello sportivo, le prossime Paralimpiadi di Los Angeles 2028. Ma nel mezzo c’è tutto il percorso. E spero di riuscire a godermelo, insieme alle persone che lavorano con me, come il mio allenatore Riccardo Tomasi. Anche nella vita, il mio desiderio è godermi ogni momento ed essere felice”.

Monica durante un incontro istituzionale con il Presidente della Repubblica in occasione delle celebrazioni successive ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024

Monica durante un incontro istituzionale con il Presidente della Repubblica in occasione delle celebrazioni successive ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024

Forse è proprio questa la lezione più preziosa che Monica ha imparato lungo il percorso: non lasciare che siano gli altri a stabilire quanto vali. Perché l’acqua, prima ancora di trasformarla in un’atleta, le ha insegnato qualcosa di più semplice e più grande: che esiste un luogo in cui puoi muoverti senza paura, senza limiti imposti dallo sguardo degli altri. Un luogo in cui puoi essere, semplicemente, te stessa.

Copertina del libro «Ogni sfida è vita» di Monica Boggioni e Valerio Esposti, con il ritratto dell'atleta in piscina e il sottotitolo «Il valore della diversità e il coraggio di sognare»