Il Centro nazionale autismo di Sospiro: innovazione, cura e nuova partenza
La finalità del Centro non è garantire una soluzione per l'abitare in senso stretto, ma un servizio che ha lo scopo di consentire alla persona con autismo e disabilità intellettiva di usufruire di sostegni fondamentali.
Da oltre un secolo la Fondazione Sospiro rappresenta un punto di riferimento nel panorama sociosanitario italiano. Nata alla fine dell'Ottocento (1897), la realtà cremonese si è progressivamente trasformata in un sistema articolato di servizi dedicati alle persone con disturbi del neurosviluppo che opera con servizi diurni, residenziali ed ambulatoriali su tutto il territorio lombardo.

Tra i settori più significativi vi è il dipartimento delle disabilità, nato nel 2006 e diventato negli anni un laboratorio di ricerca, innovazione, sperimentazione clinica oltre che un centro di formazione e divulgazione scientifica nell'ambito delle disabilità. L'obiettivo è trasformare i servizi migliorando la qualità della vita delle persone con disabilità attraverso sostegni disegnati sul progetto di vita delle persone con disabilità e basati sulle evidenze scientifiche.


Il progetto che meglio rappresenta questa visione è il nuovo Centro nazionale autismo (Cna), inaugurato a maggio e considerato un'esperienza unica nel panorama italiano. Il responsabile del Cna è il dottor Roberto Cavagnola che ne sottolinea il carattere innovativo: "È una proposta che ha una sua originalità, perché organizza sostegni per il trattamento delle problematiche comportamentali e percorsi di dimissione protetta ancora poco diffusi nel nostro territorio nazionale; ma non è un servizio che opera da solo, perché per operare con successo vuole e deve poter cooperare con una rete più ampia di servizi, come ad esempio la rete nazionale per le emergenze comportamentali coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità".
Il Cna accoglie - in due nuclei da cinque posti - persone con autismo e disabilità intellettiva che presentano anche gravi problematiche comportamentali o psicopatologiche, come autolesionismo, aggressività, disturbi d'ansia o depressione. Si tratta di situazioni particolarmente complesse, che spesso mettono in difficoltà famiglie e servizi territoriali.

La prima sfida è quella diagnostica. "Dobbiamo capire come il comportamento osservato nasca dall'intreccio tra la storia di apprendimento della persona e le sue vulnerabilità neurobiologiche comprese condizioni di salute come un dolore non riconosciuto -, senza forzare una rigida separazione tra disturbi del comportamento e manifestazioni psicopatologiche ma senza nemmeno sovrapporli del tutto: le manifestazioni psicopatologiche esprimono una dimensione più di tratto, in cui sistemi neurobiologici complessi interagiscono con la storia di apprendimento, mentre i comportamenti problematici sono piuttosto un'espressione di stato, anch'essi però plasmati da una storia di apprendimento", spiega Cavagnola. Un compito delicato che richiede competenze altamente specialistiche, soprattutto quando si tratta di persone con limitate capacità comunicative.
Il percorso prevede poi un trattamento residenziale temporaneo di sei mesi. Durante questo periodo viene attivato un programma integrato che combina interventi psicoeducativi basati sulle linee guida dell'Istituto Superiore di Sanità con trattamenti sanitari e farmacologici, quando necessari. "Lavoriamo contemporaneamente sulla componente comportamentale e su quella sanitaria, monitorando quotidianamente l'andamento della persona", racconta Cavagnola.
I risultati ottenuti negli anni di sperimentazione sono significativi e nella maggior parte delle condizioni trattate si è riusciti a ridurre di oltre il 70% le problematiche comportamentali e, soprattutto, restituire alla persona maggiori opportunità di partecipazione e benessere. Ma l'aspetto più innovativo del progetto riguarda ciò che accade dopo. "Il nostro scopo è permettere alla persona con disabilità di tornare a vivere nel proprio territorio e nel proprio progetto di vita", sottolinea Cavagnola. Per questo il Cna ha sviluppato un modello di "dimissione protetta", considerato uno degli elementi più originali dell'intera esperienza.
Nelle settimane precedenti al rientro, familiari e caregiver vengono accolti in appositi appartamenti all'interno della struttura e affiancati dagli operatori. Imparano le procedure, partecipano agli interventi e acquisiscono le competenze necessarie per proseguire il percorso una volta tornati a casa o in altri contesti per l'abitare. Il supporto continua anche dopo la dimissione, con una consulenza settimanale che accompagna il caregiver nei sei mesi successivi.
"Vogliamo che il benessere raggiunto venga mantenuto nel tempo e che le competenze si diffondano nei territori", afferma Cavagnola.
La sperimentazione, avviata nel 2018 su impulso dell'Istituto Superiore di Sanità, ha trovato ora una nuova sede dotata di tecnologie avanzate e soluzioni domotiche pensate per garantire non solo una maggiore qualità degli interventi, ma soprattutto un contesto che fa della sicurezza per la persona con disabilità e gli operatori un elemento centrale. Ma la sfida più grande resta quella culturale.

"La vera sfida è la dimissione", ribadisce Cavagnola. "Significa accompagnare i servizi e le comunità a cambiare, a lavorare insieme e ad accogliere la persona in modo nuovo. Solo così il progetto di vita può diventare una realtà concreta anche per le persone con problematiche complesse".