Dalle barriere alle possibilità. Arturo Mariani e il suo talento
Nato con un’agenesia congenita, ha trasformato la propria esperienza in un percorso di sensibilizzazione che invita a guardare prima di tutto alle capacità delle persone
Per anni Arturo Mariani, trentaduenne di Roma, ha scritto lettere al sé del futuro immaginando una vita che sembrava impossibile. Oggi quella vita è diventata realtà e si è trasformata in una sfida culturale: passare dalla logica della mancanza “dis-bilità” a ciò che è possibile, favorevole “pro-abilità”: perché spesso la vera disabilità non nasce dalla persona ma dal contesto che la circonda.

Per anni Arturo Mariani, trentaduenne di Roma, ha scritto lettere al sé del futuro immaginando una vita che sembrava impossibile. Oggi quella vita è diventata realtà e si è trasformata in una sfida culturale: passare dalla logica della mancanza “dis-abilità” a ciò che è possibile, favorevole “pro-abilità”: perché spesso la vera disabilità non nasce dalla persona ma dal contesto che la circonda.

Il buio
Fin da piccolo ha vissuto con una protesi ingombrante che non toglieva mai perché si vergognava di mostrarsi diverso: “Ricordo – prosegue Arturo – di quella volta in piscina: avevo tolto la protesi e un bambino, appena mi vide, mi disse “mi fai schifo”. Alle elementari, nella pagella, alla voce educazione fisica compariva la scritta: non classificato. Episodi che lasciano segni profondi. Ci sono stati momenti in cui mi sono buttato giù completamente, sentivo il peso della condizione nella quale ero nato, soffrivo, pensavo di non farcela, non vedevo più luce. Gli anni tra le scuole medie e le superiori furono i più difficili, crescendo, la protesi doveva essere continuamente riadattata e passava più tempo nel centro ortopedico che in qualsiasi altro luogo. Fu proprio in quel periodo che, per la prima volta, nel primo giorno di scuola delle superiori, mi presentai davanti a tante persone senza la protesi: per me era come mostrarmi nudo”.
La rinascita
Fu un passaggio traumatico ma determinante: “Quella protesi – afferma Arturo – non era soltanto fisica, era soprattutto mentale. Mi nascondeva dalle paure, quella di mostrarmi: la paura di essere me stesso. Per anni ero stato “quello senza una gamba” oppure “quello disabile, ma io ero il primo a mettere l'attenzione esclusivamente su ciò che mancava”. A diciotto anni arrivò una delle svolte più importanti della sua vita, la Nazionale Italiana Calcio Amputati: “Per me fu un momento cruciale perché realizzai il sogno che avevo sempre considerato impossibile: giocare a calcio. Quel sogno nasceva da lontano, da bambino mio padre aveva trasformato il terrazzo di casa in un piccolo stadio. Sono cresciuto anche con la Roma e con quell'atmosfera familiare fatta di partite condivise: la Nazionale mi ha fatto capire che ciò che sembrava irraggiungibile poteva diventare reale”.
Progetti e cultura
Parallelamente arrivò anche la scrittura: “Mi serviva – prosegue Arturo – per sopravvivere, per mettere ordine nei pensieri. Mi serviva per dare un senso a tutto quello che avevo vissuto”. Da quel bisogno nacque il primo libro, Nato così, e la consapevolezza che ciò che aveva vissuto poteva essere utile a qualcun altro attraverso incontri, testimonianze nelle scuole e momenti di confronto con migliaia di persone. Oggi si parla molto di più di inclusione e accessibilità, ma per Arturo resta centrale il tema della percezione: “Le parole non sono mai neutre, per questo continuo a interrogarmi sul modo in cui definiamo le persone. Credo che la disabilità esista ogni volta che una persona viene messa nelle condizioni di non poter esprimere pienamente le proprie possibilità. Una madre con un passeggino davanti a una barriera architettonica vive una situazione di disabilità. Non perché abbia una limitazione personale, ma perché l'ambiente la rende disabile. Io ho sofferto molto eppure oggi riesco a guardare indietro e a dire grazie anche a quei momenti, perché sono stati proprio quei momenti a farmi crescere. Bisogna imparare a vedere prima ciò che una persona può fare e poi le sue eventuali difficoltà. Cerco di trasmettere questo messaggio con leggerezza, scherzo e ironizzo continuamente sulla mia gamba, perché credo che la leggerezza avvicini le persone e permetta di affrontare anche i temi più profondi senza esserne schiacciati”.

Il sogno che guida
“Una grande forza che mi ha sempre accompagnato è stata la capacità di sognare. Immaginavo una versione di me realizzata, una di me che viaggiava per il mondo, che giocava a calcio, che aveva una famiglia. Una versione di me felice: ho realizzato tutto”.Oggi Arturo trasforma la sua esperienza in progetti concreti: ha fondato la Roma Calcio Amputati, promuove l'inclusione attraverso l'Academy ProAbile, sostiene iniziative solidali, The Right Foot Project, per persone con disabilità in Africa. Un impegno che riflette pienamente la sua idea di “Pro-abilità”: valorizzare ciò che ognuno può essere e realizzare.Una parola nuova per superare le barriere e trasformare le diversità in risorse. Una parola che non nega le difficoltà, ma sposta il focus sulle possibilità e sulle capacità delle persone: “Non riguarda soltanto la disabilità – conclude Arturo – riguarda tutti, perché ognuno di noi si trova a dover fare i conti con limiti, ostacoli e paure.Le difficoltà esistono, il dolore esiste, ma non siamo definiti da ciò che manca: siamo definiti da ciò che scegliamo di fare con quello che abbiamo”.
